Frammenti


La conobbi su quel treno e mi sedusse con la sua loquacità. Mai nessuna persona mi donò tanto quanto lei nel breve tempo in cui parlammo. Negli istanti di qualche ora mi regalò tutta la sua vita, i suoi misteri, i suoi dolori. Tutto ciò che le apparteneva fu mio e mi rammarico di essere stato in grado di cogliere l’immensità di quell’anima, la bellezza di quella Venere, la spiritualità di quella Fenice, solo in parte per l’inconsistenza del mio essere.

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Cara,

tutti i miei amici mi hanno abbandonato e nella solitudine ti scrivo. Passeggiando per questi luoghi, illuminati dalla luce mattutina, ricordo le giornate della mia felicità durante le quali qui venni con le due persone più importanti della mia vita. Inevitabilmente rimembro anche le nostre sere quando era ancora possibile, per me, cogliere quel poco di felicità che tu mi potevi donare.Se un tempo rappresentasti una parte importante nel mio teatro ora non so più se ti amo. Mi sembra talmente lontano quel periodo e altrettanto lontano mi sembra il sogno di averti posseduta. Già, forse fu un sogno?

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Non posso guardarti negli occhi e ucciderti così. Il lucernario che vedo in quel castano scomparirebbe e in me pure morrebbe una fiaccola di vita.Pure tu non pensi? La mia vita, ormai, non è che una perpetua neve e quegli attimi, che non mi fanno pensare al passato, portano la serenità di un fiammifero solo.Già da qui vorrei scappar via! Non credi tu, forse, alle angosce di questo cuore? Non mento, ricordalo, non mento! Ogni pensiero che il mio animo poeta dice è verità e tu nulla potrai per screditare le mie fatali parole.

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Madre


Tornava a casa la notte. Gli occhi spalancati per vedere quello che mai c’è. Nessun segno di stanchezza su quel corpo, ma la mente annebbiata dal solo pensiero di uccidere i giorni dormendo, sognando.

Ogni cosa rischiarata dalla luce aveva un non so che di terrificante e illuminava il suo sguardo quella consapevolezza vacua di possedere il mondo, in quell’istante. Solo in quell’istante.

Saliva le scale e si fermava a guardare la bella luce che proveniva dal cielo. Una luce quasi divina che tanto le ricordava il volto di lui, lui che era andato via, lui che ora giaceva morto fra le braccia di un’altra donna più bella, forse, o solo meno se stessa.

Apriva la porta e chiudeva, dietro di essa, ogni speranza; di nuovo, con fredda mente, si concentrava sul suo dovere, su quel bambino che avrebbe voluto dimenticare ma che teneva in grembo in nome della felicità che fu, in nome del diritto d’amare.

L’attesa


Contai le ore, amore, aspettando il tuo ritorno. Guardai le onde del mare per molti istanti e ascoltai il vento che, ad ogni folata, ti portava lontano.

Oggi, dopo tanti mesi, sono ancora qui a cercare nell’orizzonte un punto che diventi, avvicinandosi, il tuo veliero, ma mai lo vedo quel punto. Ad intervalli, sento il cuore affondare: appare una vela bianca ed io sogno il tuo volto imbrunito e le tue labbra increspate di sale. La vela si allontana e, con lei, la tua immagine: non più i tuoi occhi, i tuoi capelli; non più quel corpo che tempo fa mi racchiudeva in sé, difendendomi dal destino.

Le mie mani non sono più curate, i miei occhi sono sempre troppo stanchi ed è persa, in loro, quella luce che accendeva i gesti. Mentre resto qui, ricordo le lodi che pronunciavi sul mio profilo e mi pare di sentire di nuovo la tua voce e le tue mani fra i miei capelli.

Ancora a lungo aspetterò il ritorno tuo e, se già mi osservi dal cielo, giuro che ti raggiungerò anche la, prima o poi. Sarai sempre in me.

Rotavirus


Mi sveglio. C’è una luce fioca. La mamma della bimba nel letto di fianco al mio sta leggendo alla figlia bellissimi libri in cui, girando una lembo di cartone, le immagini cambiamo. Ne ha anche altri che, aprendosi, fanno apparire fantastiche scene tridimensionali. Io non ne ho. Me ne porge uno e mi dice che la mamma è uscita un momento, tornerà presto. Guardo le sbarre in alluminio del mio lettino, le lenzuola bianche, la flebo attaccata al mio braccio sinistro, la porta da cui tornerà la mamma. Dal corridoio arriva una luce più intensa. Eccola! Mi accarezza e torno a dormire.

E’ ormai ora di pranzo e ho fame. La mamma dice che chiederà al dottore. E’ arrivato per vedere i suoi piccoli pazienti. La mamma gli parla e lui mi guarda. “Potrai mangiare solo se risponderai. Hai fame?”. Guardo lui, guardo la mamma. Non c’è nemmeno ansia, niente tachicardia, solo una sorta di vuoto di pensieri. “Hai fame?”, ripete. Il mio sguardo resta impassibilmente nel vuoto, nessun tentativo di movimento della bocca, nessuna parola, resto congelata, come in un mondo alternativo. Il dottore saluta e va via. Piango immediatamente, non per capriccio, per sconforto. La mamma lo rincorre: avrò una mela, oltre al mutismo selettivo.

Aldo


Il mio prozio Aldo, invece, aveva un bar in centro città. Andavamo a trovarlo qualche sera, dopo cena. Si parcheggiava sul viale e poi proseguivamo a piedi. Nella piccola via che costeggia le mura del carcere la luce era fioca e aranciata, come quella di un tramonto, e c’era sempre qualcuno col cane al guinzaglio che beveva alla fontanella. Di solito vedevi i militari in controluce che facevano la ronda, lassù in alto, armati;  figure nere, stagliate verso il cielo, che si muovevano lungo il filo spinato. Il bar era proprio vicino all’incrocio. Era uno di quei vecchi bar un pò loschi da gente vissuta male. Il pavimento del bagno era in pendenza e quando vi entravo avevo una sensazione di vertigine subitanea. Di la c’era lo stanzino della zia col cucinino. Era zeppo di odore di toast e con un sottofondo di televisore sempre acceso. Vicino al bancone, nascosto sotto un tappeto rovinato, il portone di legno che portava in cantina. Una sera volli seguire  lo zio di sotto, a prendere la bottiglia di rosso,  ma la mamma disse che c’erano i topi e, allora, dalla paura, dopo soli tre gradini, tornai su. Ricordo solo i mattoni a vista, le colonne e  un soffitto a volte, ma non ne sono certa. Il ricordo è molto confuso e potrebbe trattarsi solo di una ricostruzione a posteriori di ciò che immaginavo esservi, vista la veneranda età del palazzo in pieno centro storico. In quel bar ero come una reginetta. Potevo andare ovunque, anche dietro il bancone, guardare dentro ai frigoriferi e osservare ogni gesto dello zio che preparava le ordinazioni per i clienti. La cosa che più mi incuriosiva era la montagna di residui di caffè che trasbordava dal secchiello d’alluminio. Non so cosa vi trovassi, ma restavo lì a guardarla mentre diventava sempre più alta. Lo zio era sempre molto gentile, sarà che non aveva figli. Mi offriva  un bicchiere di succo di frutta,  coca cola o  sanguinella. Poi mi dava le monetine, le duecento lire, per giocare ai videogiochi o al flipper. Peccato che dovesse cambiare spesso i giochi perchè i ragazzini imparavano velocemente a vincere e per lui  era economicamente svantaggioso che le partite durassero troppo a lungo. Decine di monetine e giocavo, un po’ sola, un po’ aiutata. Ero piccola.

Una sera, forse per carnevale, siamo andati e mio padre è venuto vestito da donna. Aveva un completo verde scuro di lana con la minigonna e una parrucca bionda stile Marylin.  Rossetto rosso, ombretto azzurro e matita nera agli occhi. Solo le scarpe erano da uomo, forse addirittura scarpe da ginnastica. Quella sera c’era una vecchia prostituta alcolista, un habitué, che ha tentato per tutto il tempo di capire se si trattasse di un uomo o una donna. Ma lui non parlava e noi stavamo lontani e ridevamo sotto i baffi. Alla fine, negli anni, si sarà assuefatta a vedere mezze donne in quella zona. Le mezze donne, le ho osservate spesso e a lungo, quando andavo in vacanza. Erano sorridenti sulla spiaggia, lì dove potevano essere esattamente come volevano essere.

Bene, il bar: ci sono tornata una volta, dopo che lo zio era morto, dopo tanti anni perchè non volevo piangerlo. Era tutto ristrutturato, la cantina è diventata un’altra stanza per la sosta dei clienti. Ma non ho guardato, non ho guardato se ci sono le volte di sotto e, non volendolo piangere, ho comunque pianto.

Le storie dei vecchi


Mi piace ascoltare le storie dei vecchi, qualsiasi storia.

Un giorno da mia zia Maria, snocciolando le prugne per fare la marmellata, e le feci il terzo grado sui miei bisnonni.
Divina, la mia bisnonna, nata nel 1899 era una figlia di nessuno, adottata da una buona famiglia, ma comunque abituata alle faccende domestiche. Ha lavorato per anni in città come “serva” per un medico. Era di due anni più grande di  Mario, il mio bisnonno. Doveva essere una donna tosta o almeno così è nel mio immaginario. Hanno avuto due figli e solo successivamente si sono sposati. Poi ne sono arrivati altri cinque ma gli ultimi due sono morti quasi subito perchè “lei era su d’età”. Mia nonna racconta che fosse anche una levatrice, dandone, tuttavia, una spiegazione non molto chiara. Di fondo credo aiutasse le donne a partorire affiancando le ostetriche oppure facendo da sè,  se nessuna era disponibile. Sicuramente era una magdona, una di quelle che “alzano lo stomaco”, antica tecnica di cura tra il mistico e il popolare per guarire non so bene, quale strana malattia. Che poi uno si chiede cosa le abbiano messo in mano per fargli acquisire questo potere e chi sia  stato, visto che è stata abbandonata. Si, perchè funziona così, quando il bambino nasce gli si mette in mano qualcosa di particolare e lui, da grande, saprà fare “magie”.

E mi viene in mente la vecchia signora che, in cambio di una gallina, tolse i vermi intestinali a mio nonno adolescente, ponendo sulla sua pancia, mentre era disteso, una candela accesa coperta da un bicchiere. Quando la candela si spegne e il bicchiere risucchia la pancia la guarigione è compiuta: antica legge della scienza moderna. E il subdolo gioco delle “erbette”, che deve avermi raccontato per errore lo zio Renzo: il maschietto viene tenuto fermo, gli si calano i pantaloni e con un mazzolino di prezzemolo gli si solleticano le parti intime.

Peccato che ora resti solo mia nonna, la più acidula dei miei vecchi. Quella che se le chiedi dov’è la polveriera ti risponde “se non lo sai è inutile che te lo spieghi!”. Grazie, se lo sapevo di certo non te lo chiedevo!

Sua madre, la bisnonna Elvira, abitava dalle parti di San Leonardo. Andavamo a trovarla in autobus quando ero piccola. Arrivate sotto il palazzone d’epoca dovevamo stare attente perchè, se lo zio Moro era alla finestra, oltre ad eventuali saluti un pò insultuosi, rischiavi uno sputo in testa.

C’era l’ascensore, uno di quelli vecchi con le griglie, nero e una grossa scalinata.Della casa ricordo il grande salone con i lunghi tendoni di velluto rosso, il grosso orologio a pendolo ed un bellissimo letto a baldacchino…

 


L’importante è l’albero
che si erge,
solitariamente radicato,
sulla collina verdeggiante e silente.
Dietro i fili spinati di belligerose traversie,
travestiti da vigne non ancor germogliate,
lui solo,
nello stagliarsi al cielo,
permane vividamente sereno.
Dietro a pensieri contorti,
il testimone osserva
e la coscienza si espande.

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