Aldo


Il mio prozio Aldo, invece, aveva un bar in centro città. Andavamo a trovarlo qualche sera, dopo cena. Si parcheggiava sul viale e poi proseguivamo a piedi. Nella piccola via che costeggia le mura del carcere la luce era fioca e aranciata, come quella di un tramonto, e c’era sempre qualcuno col cane al guinzaglio che beveva alla fontanella. Di solito vedevi i militari in controluce che facevano la ronda, lassù in alto, armati;  figure nere, stagliate verso il cielo, che si muovevano lungo il filo spinato. Il bar era proprio vicino all’incrocio. Era uno di quei vecchi bar un pò loschi da gente vissuta male. Il pavimento del bagno era in pendenza e quando vi entravo avevo una sensazione di vertigine subitanea. Di la c’era lo stanzino della zia col cucinino. Era zeppo di odore di toast e con un sottofondo di televisore sempre acceso. Vicino al bancone, nascosto sotto un tappeto rovinato, il portone di legno che portava in cantina. Una sera volli seguire  lo zio di sotto, a prendere la bottiglia di rosso,  ma la mamma disse che c’erano i topi e, allora, dalla paura, dopo soli tre gradini, tornai su. Ricordo solo i mattoni a vista, le colonne e  un soffitto a volte, ma non ne sono certa. Il ricordo è molto confuso e potrebbe trattarsi solo di una ricostruzione a posteriori di ciò che immaginavo esservi, vista la veneranda età del palazzo in pieno centro storico. In quel bar ero come una reginetta. Potevo andare ovunque, anche dietro il bancone, guardare dentro ai frigoriferi e osservare ogni gesto dello zio che preparava le ordinazioni per i clienti. La cosa che più mi incuriosiva era la montagna di residui di caffè che trasbordava dal secchiello d’alluminio. Non so cosa vi trovassi, ma restavo lì a guardarla mentre diventava sempre più alta. Lo zio era sempre molto gentile, sarà che non aveva figli. Mi offriva  un bicchiere di succo di frutta,  coca cola o  sanguinella. Poi mi dava le monetine, le duecento lire, per giocare ai videogiochi o al flipper. Peccato che dovesse cambiare spesso i giochi perchè i ragazzini imparavano velocemente a vincere e per lui  era economicamente svantaggioso che le partite durassero troppo a lungo. Decine di monetine e giocavo, un po’ sola, un po’ aiutata. Ero piccola.

Una sera, forse per carnevale, siamo andati e mio padre è venuto vestito da donna. Aveva un completo verde scuro di lana con la minigonna e una parrucca bionda stile Marylin.  Rossetto rosso, ombretto azzurro e matita nera agli occhi. Solo le scarpe erano da uomo, forse addirittura scarpe da ginnastica. Quella sera c’era una vecchia prostituta alcolista, un habitué, che ha tentato per tutto il tempo di capire se si trattasse di un uomo o una donna. Ma lui non parlava e noi stavamo lontani e ridevamo sotto i baffi. Alla fine, negli anni, si sarà assuefatta a vedere mezze donne in quella zona. Le mezze donne, le ho osservate spesso e a lungo, quando andavo in vacanza. Erano sorridenti sulla spiaggia, lì dove potevano essere esattamente come volevano essere.

Bene, il bar: ci sono tornata una volta, dopo che lo zio era morto, dopo tanti anni perchè non volevo piangerlo. Era tutto ristrutturato, la cantina è diventata un’altra stanza per la sosta dei clienti. Ma non ho guardato, non ho guardato se ci sono le volte di sotto e, non volendolo piangere, ho comunque pianto.

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